Arte

Le favole della resistenza di Bertille Bak

Al Museo Vela, l’artista francese mette in scena storie collettive che rivelano il lato nascosto del lavoro, dalle memorie minerarie alle logiche dell’economia globale

  • Ieri, 17:00
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Di: Voci dipinte/gapo 

Al Museo Vincenzo Vela di Ligornetto, la mostra Bertille Bak. Voci dalla terra entra in risonanza con la storia e la memoria, aprendo un dialogo intenso tra passato e presente. La mostra prende avvio da un’opera simbolo della collezione ottocentesca: Le vittime del lavoro di Vincenzo Vela (1882), uno dei primi monumenti dedicati alla dignità dei lavoratori. Da questo punto di partenza si sviluppa un percorso che attraversa le trasformazioni del lavoro contemporaneo, mettendo a confronto epoche, geografie e corpi.

Bertille Bak lavora ai margini delle categorie: rifiuta le etichette di artista militante o documentarista e costruisce invece una pratica basata sull’immersione nelle comunità. Vive per mesi – talvolta anni – accanto alle persone che incontra, elaborando con loro narrazioni condivise che intrecciano realtà e finzione. Ne nascono opere ibride, spesso ironiche, che hanno la forma di favole contemporanee: storie capaci di rivelare, attraverso il paradosso, i meccanismi profondi del sistema economico e sociale.

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Le radici di questo approccio sono anche biografiche. Nipote di minatori polacchi emigrati nel nord della Francia, Bak ha dedicato una parte importante del suo lavoro ai territori minerari in via di scomparsa. Nei disegni a penna Bic della serie dedicata ai quartieri operai, affiora una realtà apparentemente uniforme, segnata dall’industrializzazione, ma attraversata da dettagli minimi che restituiscono le imperfezioni della vita degli individui, come sottolinea la direttrice del museo Antonia Nessi a Voci dipinte, direttrice del Museo Vela.

In altre opere, l’artista ritorna in questi luoghi per incontrare i discendenti dei minatori, spesso segnati dalla silicosi. Con loro costruisce narrazioni di resistenza, consapevole dell’ironia tragica di destini già scritti. È qui che emerge uno dei tratti distintivi del suo linguaggio: la capacità di accostare il dramma a una forma di leggerezza burlesca, che non attenua la denuncia ma la rende ancora più penetrante.

"Mineur Mineur", di Bertille Bak

"Mineur Mineur", di Bertille Bak

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Lo stesso accade nel video multicanale Mineur mineur, dedicato al lavoro minorile. Cinque bambini, provenienti da diverse parti del mondo, attraversano i cunicoli della terra in un racconto che sembra un gioco, una fuga immaginaria verso uno spettacolo finale. Ma l’esito è tutt’altro che liberatorio: i corpi scompaiono, risucchiati dal sottosuolo. La narrazione rivela così la violenza di un sistema che sfrutta proprio l’energia ludica dell’infanzia a fini lucrativi.

La mostra si arricchisce di altri progetti che interrogano le catene globali della produzione: dal circuito dei gamberetti tra Europa e Nord Africa, al commercio dei fiori tra Colombia e Francia. In ogni caso, Bak trasforma lo sfruttamento in un dispositivo narrativo complesso, dove gli oggetti (anche i più residuali) diventano strumenti di resistenza.

Più che offrire risposte, Bertille Bak pone una domanda cruciale: quale ruolo può avere l’arte oggi di fronte alle disuguaglianze globali? Una domanda che resta volutamente sospesa, e che accompagna il visitatore ben oltre le sale del museo.

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Bertille Bak

Voci dipinte 10.05.2026, 10:35

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  • Emanuela Burgazzoli

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