Pet Sounds compie sessant’anni e riceverà senz’altro gli onori che si è conquistato nel tempo e che merita; tutte le storie del rock lo segnalano come uno dei passaggi-chiave, uno dei dieci album, anche meno, che bisogna avere ascoltato e studiato per avere una precisa idea di quel che è accaduto.
All’inizio però, nel maggio 1966 in cui uscì, le cose non stavano proprio in quel modo. Prima di Pet Sounds i Beach Boys erano unanimemente considerati degli orsacchiotti di pezza, puffi da spiaggia senza destino oltre il juke box; e i loro LP (in quattro anni ne avevano già pubblicati dieci!) erano semplici compilazioni di brani sparsi, raccolte di 45 giri più qualche riempitivo.
In realtà dietro le camiciole hawaiiane e le tavole da surf di quei ragazzi stava crescendo qualcosa di profondamente nuovo. Brian Wilson, il ventitreenne leader, si era convinto che il rock giovinetto dovesse diventare adulto, più originale, diverso, serio, in un periodo in cui in quella direzione stavano muovendosi anche i Beatles, Donovan, Zappa, Lou Reed. Così chiese ai compagni di essere esentato dalle esibizioni dal vivo per potersi concentrare sulla composizione, e nella primavera 1965 cominciò a lavorare su idee nuove, con l’aiuto del giovane collaboratore Tony Asher e solo un minimo aiuto da parte dei compagni.
Wilson aveva un suono in testa, una sorta di “barocco californiano” che nelle sue fantasie doveva conciliare gli Everly Brothers, i complessi doo wop, Bacharach, gli arrangiamenti di Nelson Riddle, Lennon-McCartney e i dischi di Phil Spector; e quello inseguì con tenacia, mettendosi in gioco, rischiando il ridicolo per troppi flauti, violoncelli, oboe, corni francesi, clavicembali, anche una bottiglia di Coca Cola passata sulle corde a simulare una steel. addirittura un campanello di bicicletta, drin drin, in You Still Believe Me.
Per quasi un anno Brian venne a patti con le sue fantasie e ubbie e creò, rifinì, si tormentò, sgrezzando il materiale con musicisti di studio e riservando ai compagni le parti vocali, che nel loro complicato arabesco sono il cuore e la luce dell’opera. Quando finì, era esausto ma soddisfatto: le tredici canzoni riuscivano a esprimere il “qualcosa” che gli batteva dentro, «una specie di vibrazione. L’ho messa in musica ed è riuscita ad arrivare al nastro».
C’era un brano facile, Sloop John B, adattamento di un tema caraibico ripreso dal Kingston Trio, e non a caso fu il primo, vendutissimo singolo. Il resto però era insolito, sofisticato, complesso: “l’innocenza della voce” e il languoroso struggimento di Don’ Talk (Put Your Head On My Shoulder), gli espliciti riferimenti a Glenn Miller e agli anni ’40 di Caroline No, gli ingegnosi cambi armonici di I’m Waiting for the Day, e poi God Only Knows, Here Today, Wouldn’t It Be Nice, che avrebbero conquistato le classifiche legando i Beach Boys da spiaggia a questi nuovissimi, “da camera”.
Pet Sounds uscì nei negozi il 16 maggio 1966, e fu tutt’altro che un trionfo. I discografici erano perplessi, i fan sconcertati, le radio esitavano a programmare i pezzi; e il pubblico emergente, quello che stava premiando i Beatles e Dylan nella loro svolta verso il nuovo, faticava ad accettare l’idea che il cantore delle “estati senza fine”, Brian Wilson, fosse diventato un maître à penser. Così l’album arrancò fino al decimo posto in classifica ma non salì più in alto, e la Capitol gli diede il colpo di grazia pubblicando per l’estate un Best of Beach Boys che aveva tutta l’aria di rassicurare i fans.
Fu il pubblico europeo a cambiare le carte in tavola, gli appassionati britannici soprattutto, che spinsero l’album al secondo posto in classifica e nel tempo ne hanno edificato il mito. I Beatles stessi furono sorpresi da quell’opera aliena ed è storia che si sentirono stimolati a fare meglio, realizzando prima Revolver e poi il Sgt. Pepper con la stessa consapevolezza di fondare un nuovo ordine rock. Così Pet Sounds è arrivato fino a noi, riassunto da un famoso proverbio attribuito a Elvis Costello: «Se anche tutti i giradischi del mondo si rompessero domani, le canzoni di Pet Sounds si tramanderebbero comunque per centinaia d’anni».
The Beach Boys
Facciamo una band? 12.05.2025, 06:10
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