Che cosa tiene insieme le società, ieri come oggi? A questa domanda e a tante altre cerca di rispondere il libro L’animale rituale (Castelvecchi, 2026) dell’antropologo Harvey Whitehouse. L’idea di fondo è netta: il rituale non è un residuo del passato, né un semplice ornamento simbolico, ma una componente strutturale della vita umana.
Whitehouse, professore a Oxford e tra i pionieri delle scienze cognitive della religione, interpreta i rituali come un tratto universale: attraversano tutte le culture, dai gesti quotidiani più semplici fino alle grandi cerimonie collettive. Secondo l’antropologo, si tratta di una predisposizione radicata nella nostra psicologia e sviluppata precocemente, già nell’infanzia. Non solo: i rituali svolgono funzioni cruciali, perché trasmettono conoscenze, costruiscono identità e rafforzano la cooperazione.
Il libro di Harvey Whitehouse (1./5)
Alphaville: i dossier 04.05.2026, 11:30
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Nell’intervista raccolta da Enrico Bianda ad Alphaville, Whitehouse distingue due grandi tipologie. Da un lato i rituali frequenti e a bassa intensità emotiva - come norme di cortesia, pratiche religiose regolari o liturgie condivise - che servono a stabilizzare l’identità di gruppo. Dall’altro i rituali rari ma ad alta intensità, spesso legati a esperienze emotivamente forti, capaci di creare legami profondissimi, simili a quelli che uniscono i membri di piccoli gruppi o contesti militari e terroristici. È in questa seconda modalità che può emergere anche un lato oscuro: le stesse dinamiche che producono coesione possono alimentare conflitti, soprattutto quando si combinano con percezioni di minaccia e processi di disumanizzazione del nemico.
A collocare questa prospettiva nel dibattito contemporaneo è l’antropologo Pietro Vereni, curatore dell’edizione italiana del volume. Il merito principale del lavoro di Whitehouse, osserva Vereni, è quello di riportare il rituale al centro come infrastruttura cognitiva e sociale: un dispositivo attraverso cui gli esseri umani apprendono, si coordinano e costruiscono appartenenze. In questa chiave, il rituale va oltre la religione e diventa una lente per leggere fenomeni che spaziano dalla politica allo sport, fino alle dinamiche sociali quotidiane.
Vereni sottolinea inoltre il carattere “operativo” della teoria: non si limita a interpretare i significati, ma cerca di spiegare gli effetti dei rituali e i meccanismi che li rendono efficaci. È un approccio che incrocia etnografia, psicologia e modelli evolutivi, restituendo all’antropologia una vocazione esplicativa più ampia.
Lo studio di riti e rituali alla portata di tutti (2./5)
Alphaville: i dossier 05.05.2026, 11:30
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Le applicazioni contemporanee sono evidenti. Le liturgie degli stadi, ad esempio, con cori e gestualità sincronizzate, producono identità collettive potenti; i rituali politici — commemorazioni, simboli, slogan — funzionano come strumenti di coesione. Al tempo stesso, eventi recenti come la pandemia hanno mostrato quanto i rituali siano indispensabili: la loro sospensione ha reso visibile il bisogno di forme condivise per attraversare momenti cruciali come il lutto o la socialità.
Nell’epoca dell’individualismo e dell’incertezza, il ritorno d’interesse per miti e rituali non nasce da nostalgia, ma da una necessità più profonda. I riti danno forma all’esperienza, trasformano il caos in sequenze condivise e offrono un senso a ciò che altrimenti resterebbe frammentato. In questo senso, continuano a svolgere una funzione insostituibile: tenere insieme le società dentro un orizzonte di significato comune.





