Oggi l’Europa appare spesso attraversata da divisioni: crisi politiche, tensioni tra Stati, difficoltà nel costruire visioni comuni. In un contesto in cui l’unità sembra vacillare, tornare a riflettere sull’europeismo di Benedetto Croce può offrire una prospettiva diversa, fondata non su accordi fragili ma su una tradizione culturale condivisa e su un’idea di libertà capace di unire senza uniformare.
Quando si parla di Croce, si pensa spesso a un grande filosofo italiano. Ma limitarlo alla dimensione nazionale significa perdere una parte essenziale della sua figura: Croce fu infatti uno degli intellettuali più europei del Novecento, protagonista di un dialogo continuo con le culture del continente. Non sembra nemmeno corretto limitarsi a individuare in Croce un testimone del mero spirito europeo di inizio Novecento.
Il suo europeismo, a dirla tutta, arriva addirittura a superare i confini europei e diventare un vero e proprio universalismo, che interessa l’interezza del globo senza fare alcuna distinzione, ma anzi accomunando culture totalmente diverse tra loro, come quella nipponica. Se poi ci concentriamo sulle vera e propria militanza europea di Croce, la rivista “La Critica”, da lui fondata, rappresenta il vero terreno in cui la teoria diventa pratica. Non sembra plausibile pensare a Croce come un semplice interprete di uno spirito che ormai sembra non appartenerci più.
L’europeismo crociano non si traduce in teorie astratte o in proclami politici, ma in un modo di pensare e di lavorare. Fin dagli inizi, Croce si forma leggendo e confrontandosi con filosofi tedeschi come Hegel e con le correnti europee più vive del suo tempo. Per lui, la cultura non è mai chiusa nei confini di una nazione, nasce invece dall’incontro, dallo scambio, dalla collaborazione tra popoli diversi.
Uno degli aspetti più concreti di questo europeismo è il dialogo diretto con altri studiosi. Croce intrattiene rapporti intensi con figure come il filologo tedesco Karl Vossler, lo scrittore austriaco Stefan Zweig e il filosofo inglese Robin G. Collingwood. Lettere, recensioni, traduzioni e incontri diventano strumenti di confronto continuo, spesso più forti delle divisioni politiche. Durante le guerre mondiali, quando i nazionalismi rischiano di spezzare ogni legame, Croce continua a difendere l’idea di una comunità culturale europea fondata sulla comprensione reciproca e sul rispetto. In ultima analisi, l’europeismo crociano diventa un universalismo che non conosce confini nazionali per quanto riguarda i valori di libertà, cultura e dialogo.
Una delle cose orrende di questa orrenda guerra è che non vi sono stati semplicemente popoli vinti, ma popoli di cui si è come annullata la personalità spirituale (...). Dov’è più la Germania, che abbiamo avuta accanto compagna e maestra, forza tra le maggiori e migliori della vita europea, essa, sicura di sé, andante incontro all’avvenire suo che faceva tutt’uno col nostro nel continuo avanzamento della vita civile? E dov’è più il Giappone che nel lontano Oriente studiava i nostri pensieri, raccoglieva le nostre esperienze, le aggiungeva a quelle della sua lunga e diversa storia, e sembrava prepararsi a darci il concorso dell’opera sua per rendere più ricca e intensa la nostra, per ravvivarla di nuovi stimoli e di nuovi concetti? Il silenzio pauroso è la sola risposta alle nostre domande; e noi restiamo sminuiti e mutilati di tanta parte di umanità, che sopravvive a noi estranea, mistero a sé ed altrui, forse nemica inconciliabile e disposta a maggiore perdizione. Telle est notre misère! come accoratamente esclamava l’eroe del Corneille. Tale è il destino che ci tocca sostenere e vincere
Benedetto Croce, Ricordi e lettere di amici giapponesi (“Quaderni de La Critica”, 1946)
In questo senso, il suo europeismo si lega strettamente al liberalismo. Per Croce, essere europei significa prima di tutto credere nella libertà: libertà di pensiero, di critica, di ricerca. È una visione che affonda le sue radici nella tradizione del continente e che lui interpreta come una vera e propria “religione della libertà”, capace di unire culture diverse senza annullarle.
Un ruolo decisivo, come anticipato, lo gioca la rivista «La Critica», fondata nel 1903. Per quasi mezzo secolo diventa un punto di riferimento internazionale, un luogo in cui si discutono letteratura, filosofia e storia in chiave europea. Attraverso le sue pagine, Croce contribuisce ad aprire la cultura italiana al confronto con il resto del continente (e addirittura oltre), rompendo l’isolamento e il provincialismo.
Ma l’europeismo crociano si manifesta anche nei momenti più difficili. Durante il fascismo, Croce resta una voce autonoma, difende il valore della cultura contro la propaganda e continua a coltivare rapporti con intellettuali stranieri. Anche quando è isolato nel proprio paese, mantiene aperto quel dialogo internazionale che considera essenziale per la vita dello spirito.
In fondo, per Croce l’Europa non è solo uno spazio geografico, ma una tradizione viva fatta di idee, opere e relazioni. Una comunità che si costruisce nel tempo attraverso il confronto, il dissenso e la ricerca comune della verità. È questo, forse, il lascito più attuale del suo pensiero: l’idea che la cultura europea esista davvero solo quando rimane aperta, critica e capace di dialogare.

Cosa resta dell’Europa?
Laser 06.05.2026, 09:00
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