Società

Equità sanitaria: la sfida che la Svizzera non sta ancora vincendo

Il razzismo diretto e sistemico compromette gli standard di qualità e l’accesso alle cure. Le istituzioni federali chiedono un cambio di paradigma

  • 2 ore fa
Razzismo in sanità
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Di:  Emanuela Musto 

Quando si parla di razzismo, il pensiero corre spesso a episodi eclatanti; eppure, esiste una dimensione più sottile, quella che opera sotto la soglia dell’evidenza e produce gli impatti più duraturi sulla salute pubblica. Il razzismo nella sanità è un rischio sistemico che incide sulla qualità delle cure, sulla fiducia dei pazienti e sulla credibilità delle istituzioni. Non si tratta di episodi isolati, ma di meccanismi profondi che attraversano strutture, processi e culture organizzative. In Svizzera, come in altri Paesi avanzati, il tema è ancora sottovalutato, anche perché la sua forma più pervasiva non è quella visibile e violenta, ma quella incorporata nei sistemi.

Le scienze sociali distinguono vari livelli di razzismo. È all’incrocio tra quello istituzionale e strutturale che si colloca il razzismo sistemico in sanità, una forma difficile da individuare perché non dipende da singoli comportamenti, ma da logiche organizzative che producono effetti discriminatori anche senza intenzione. Il razzismo sistemico ha svariate sfumature e una di queste è presente nella sanità, dove barriere linguistiche, protocolli non rappresentativi e bias impliciti possono tradursi in differenze di accesso, qualità e risultati clinici.

Un esempio emblematico arriva dal Regno Unito. Uno studio commissionato dal governo britannico e guidato dalla politica e diplomatica Baroness Amos ha mostrato come il razzismo e la discriminazione nella sanità inglese – in particolare nell’ambito neonatale – non solo siano presenti, ma rappresentino uno dei principali fattori critici identificati. Il segretario alla sanità Wes Streeting ha promesso interventi mirati, riconoscendo che la discriminazione non è un’anomalia, ma un rischio operativo che richiede governance, leadership e trasformazione strutturale. È un caso che dimostra come anche sistemi sanitari avanzati possano riprodurre disuguaglianze profonde se non dispongono di strumenti adeguati per monitorarle e correggerle.

La Svizzera si trova in una situazione peculiare: il fenomeno è riconosciuto, ma ancora poco misurato. Il Servizio per la lotta al razzismo (SLR) ha lanciato nel 2024 il portale razzismo-in-cifre.ch, che per la prima volta offre una panoramica sistematica del problema. Secondo i dati federali, il 17% della popolazione ha dichiarato di aver subito discriminazioni razziali nei cinque anni precedenti, con un aumento costante negli ultimi rilevamenti. Le testimonianze raccolte dalle reti di consulenza del SLR mostrano che episodi di discriminazione avvengono anche negli ospedali e negli studi medici, spesso legati a barriere linguistiche, incomprensioni culturali o pregiudizi impliciti. Le forme più diffuse sono il linguaggio razzista e i trattamenti umilianti. Negli ultimi quattro anni, in tutto il mondo sono state pubblicate numerose ricerche che dimostrano sulla base di dati statistici un aumento delle disuguaglianze nell’ambito della salute a seguito della pandemia di COVID-19.

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  • Gaëlle Courtens e Luisa Nitti

Per la Svizzera vi sono solo pochi studi quantitativi che illustrano i rischi per la salute secondo il gruppo di popolazione, ed esclusivamente secondo le caratteristiche socioeconomiche del luogo di residenza (reddito, disoccupazione ecc.). Tuttavia, il settore sanitario rimane un punto cieco: lo studio federale Razzismo strutturale in Svizzera sottolinea che la mancanza di dati non implica l’assenza del problema, ma riflette l’assenza di strumenti adeguati per misurarlo. La Svizzera, per ragioni storiche e legali, non raccoglie indicatori etnici nei dati sanitari, e questo rende difficile individuare disparità di trattamento o di esito. Vanessa Kangni, intervistata da Human Rights afferma che « una delle principali sfide è la sottovalutazione del problema. Molte vittime sono riluttanti a denunciare questa discriminazione, per timore di ritorsioni, banalizzazioni o perché non sanno a chi rivolgersi. La mancanza di formazione e consapevolezza su questi temi tra il personale medico rafforza questa invisibilità».

Per la Svizzera, la sfida è duplice: riconoscere il problema e dotarsi degli strumenti per affrontarlo. Contrastare il razzismo nella sanità richiede un approccio multilivello: formazione sui bias impliciti, maggiore rappresentanza delle minoranze nel personale sanitario, raccolta dati più accurata e soprattutto il coraggio istituzionale di riconoscere che il razzismo non è un incidente, ma una struttura che può attraversare anche le organizzazioni più avanzate.

In un sistema sanitario che ambisce all’eccellenza, l’equità non è un valore astratto: è un indicatore di performance, un asset reputazionale e un patto di fiducia con la popolazione. Ma è anche qualcosa di più profondo: è la misura di quanto una società sia capace di guardarsi allo specchio senza distogliere lo sguardo. La domanda, allora, non è solo come correggere le distorsioni del presente, ma quale idea di cura – e di comunità – vogliamo costruire per il futuro. E siamo davvero pronti a mettere in discussione le nostre strutture per arrivarci.

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