Ludovic Rocchi era l'uomo più ricercato martedì a Locarno. La polizia ticinese, su richiesta di quella neocastellana, gli ha sequestrato il computer mentre era in Ticino per seguire il Festival del film. Il suo caso fa discutere e il giornalista di Le Matin è stato molto sollecitato anche dai colleghi.
Non è stato però sorpreso dall’arrivo della polizia nella sua camera all’hotel Ibis: “Mia moglie mi ha avvertito e ho avuto il tempo di nascondere il portatile per non offrire, come se fossimo in un supermercato, il segreto delle mie fonti ” ci racconta prima di salire sul treno che lo riporta in Romandia.
"La battaglia legale è iniziata"
Prima di consegnarlo agli inquirenti Rocchi ha ottenuto che fossero posti i sigilli sul computer, grazie alla mediazione tra l’avvocato del giornale e il procuratore, che nel suo protrarsi ha permesso ai poliziotti di offrirgli un caffè. “Ottenuta la garanzia che stavo affidando il materiale in mani neutre, così da permetterci di argomentare che non dovrebbero violare il segreto redazionale, ho infine dato il PC”. Con questo gesto "la battaglia legale è iniziata".
Le forze dell’ordine si sono mosse in seguito alla denuncia del direttore di un istituto della facoltà di economia dell’Università di Neuchâtel, che accusa il redattore di diffamazione, calunnia e violazione di ufficio in seguito alla pubblicazione di una serie di articoli che hanno rilevato dei malfunzionamenti nell’ateneo.
“Sono scioccato dal fatto che il mio domicilio sia stato perquisito in mia assenza”: si esprime così Rocchi in merito all’azione degli inquirenti, che di buon mattino si erano presentati a casa sua. “Sono scandalizzato dal fatto che abbiano sequestrato il computer di mia moglie che non c’entra nulla con questa storia”. Il collega non si spiega infatti la mescolanza tra la sfera intima e quella professionale.
"Sono preoccupato per la professione"
Rocchi prosegue affermando però di preoccuparsi di più per la professione: “Ho condotto un’inchiesta normale senza violare nessun segreto di Stato. Ho usato informazioni accessibili a tutti su internet o intervistando persone. Per stabilire un caso di plagio da parte di un professore ho usato informazioni trovate in un libro. Insomma ho fatto quello che faccio ogni giorno nel mio mestiere di giornalista e sono perseguito come se avessi messo in pericolo dei segreti militari?”.
Paolo Beretta
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