Due giorni e mezzo per visitare tre paesi: Giordania, Palestina, Israele. È una corsa, sono troppo pochi, dicono molti che qui, da Gerusalemme dove siamo adesso, vorrebbero avere Papa Francesco più tempo soltanto per loro. In effetti di tempo ce ne sarà poco per questo secondo viaggio del Pontefice fuori dalle mura italiane, il primo fu il Brasile, nel luglio scorso.
Lui vuole soprattutto incontrare Bartolomeo. Lo ha ripetuto anche mercoledì durante l'udienza generale a Roma. Il patriarca di Costantinopoli è il rappresentante di quel mondo ortodosso così difficile da coinvolgere pienamente in un movimento ecumenico. 50 anni fa ci fu l'abbraccio a Gerusalemme tra Paolo VI e Atenagora, sembrava avere inaugurato una nuova stagione di dialogo. Oggi quel dialogo non è ancora maturato e allora, proprio per questo, Bergoglio rilancia, vuole festeggiare l'anniversario di quello storico avvenimento con un nuovo abbraccio, nel luogo in cui i cristiani ricordano la morte e la resurrezione di Cristo. Vedremo se avrà successo, al di là dell'emozione del momento.
Gerusalemme vista dal Monte degli ulivi
È difficile venire da queste parti senza che tutti ti tirino la giacchetta. Vogliono vederti, parlarti dei loro drammi. Drammi personali e di popoli interi: i cristiani di Giordania, alle prese con la marea di profughi siriani, l'ultima sfida di un paese rispettoso delle diverse fedi. I cristiani bene integrati e rispettati pregano affinché una ennesima primavera araba non spazzi via dal regno hashemita la tolleranza sin qui garantita dal re Abdallah.
Poi ci sono i cristiani di Palestina. A Betlemme non sempre i rapporti con i vicini musulmani sono idilliaci, gli episodi di intolleranza si moltiplicano, il vento dell'integralismo soffia sulla Cisgiordania nonostante i solidi rapporti tra Autorità palestinese e Santa Sede. Se parli con un cristiano di Betlemme vedi il precipizio all'orizzonte: la loro percentuale, rispetto alla popolazione, è in rapida diminuzione, per molti l'emigrazione è l'unica scelta. Il Papa li incontrerà, ci sarà una Messa sulla Piazza della Mangiatoia, pranzerà con alcune famiglie. Chissà se ne uscirà un richiamo al resto del mondo cristiano che qui passa in pellegrinaggio e poi torna a casa propria come se nulla lì accadesse.
Preparativi alla residenza presidenziale israeliana
E infine, Gerusalemme. La mia lingua si attacchi al mio palato - dicevamo i poeti ebrei dell'antichità - se di te mi scorderò. E come scordarsi del piccolo resto di cristiani che qui combattono contro la burocrazia interessata dello Stato di Israele? Sono lacci e lacciuoli creati per togliere le case e le carte d'identità, per cacciare verso la Cisgiordania palestinese chi vive qui da generazioni. La terra - sostengono - è quella d'Israele, non di altri. Lo pensano soprattutto gli ultraortodossi e i coloni israeliani che in queste settimane hanno imbrattato i muri di chiese e conventi con scritte ingiuriose: Papa vattene, non ti vogliamo, non appartieni a questa terra. Il Papa dovrà ascoltare la voce dei 9'000 cristiani di Gerusalemme che gli chiedono di denunciare questa aperta intolleranza. Lo dovrà fare destreggiandosi in un protocollo pieno di incontri ufficiali, che non prevede tempo per tastare direttamente il polso alla folla che lo assedierà. Una lettera della popolazione gli ha chiesto di cambiare programma, di dare più tempo al dialogo. Per ora, nessuna risposta. Ma c'è chi è convinto: Bergoglio è l'uomo delle sorprese. Vedrete.
Il viaggio di Francesco - sabato, domenica e lunedì - è tutto ciò e molto altro ancora. Domani si inizia, tasteremo il polso di Amman, Giordania.
Bruno Boccaletti




