Arte

BioArte: sperimentazione o azzardo etico?

Dal coniglio fluorescente ai tessuti coltivati: pratiche artistiche che interrogano il rapporto tra uomo e vita

  • Ieri, 17:00
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Di: Giulia Apollone  

Non più tela e pennello, ma cellule, DNA e batteri. La BioArte è una delle espressioni più radicali dell’arte contemporanea: un territorio ibrido in cui la pratica artistica entra nei laboratori scientifici e lavora direttamente con la materia vivente. Ma è anche un campo attraversato da interrogativi profondi. Fino a che punto è lecito utilizzare esseri viventi per creare arte? E dove si colloca il confine tra sperimentazione artistica e responsabilità etica?

La pratica nasce tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo, parallelamente ai progressi della genetica e delle scienze della vita, e riflette un cambiamento profondo: non rappresentare la natura, ma intervenire su di essa. L’opera bioartistica si compie nel momento in cui “inizia a pulsare”, trasformando la vita stessa in forma e processo artistico.

Tra i pionieri della BioArte spicca Eduardo Kac, autore di una delle opere più celebri e controverse: GFP Bunny (2000). Si tratta di Alba, una coniglia geneticamente modificata con una proteina fluorescente ricavata da una medusa, capace di brillare sotto luce blu.

GFP Bunny (2000), Eduardo Kac

GFP Bunny (2000), Eduardo Kac

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Accanto a Kac, numerosi artisti hanno esplorato il rapporto tra corpo e biotecnologia. ORLAN, ad esempio, ha utilizzato il proprio corpo come materiale artistico, sottoponendosi a interventi chirurgici trasformati in performance. Stelarc, invece, ha lavorato sull’idea di corpo aumentato, arrivando a progettare un “terzo orecchio” impiantato nel braccio. Al di là dell’impatto iniziale, queste opere finiscono per mettere in discussione in modo diretto e duraturo i confini dell’identità e dell’umano.

Un altro ambito significativo è quello della coltura cellulare e delle entità semi-viventi, sviluppato da collettivi come Symbiotica. Qui l’opera può assumere la forma di tessuti cresciuti in laboratorio o strutture biologiche ibride, spesso presentate in installazioni che ricordano ambienti scientifici. In questa direzione si muove anche Anna Dumitriu, artista che lavora con batteri e microbi per esplorare il rapporto tra medicina, storia e biotecnologia, trasformando agenti invisibili in oggetti estetici e narrativi. Anche lavori contemporanei – come quelli di Amy Karle, che utilizza cellule staminali per creare strutture ossee – mettono in scena la possibilità, concreta e inquietante, di “costruire” la vita.

 Regenerative Reliquary (2016), Amy Karle

Regenerative Reliquary (2016), Amy Karle

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Ovviamente, non mancano le perplessità: la critica più immediata è di ordine etico: molti si chiedono se sia legittimo utilizzare organismi viventi (animali, cellule o batteri) come materiali artistici. Intervenire sul DNA o creare forme di vita modificate pone naturalmente interrogativi sul confine tra creazione e manipolazione, e sul rischio che l’artista assuma un ruolo quasi demiurgico.

Un’altra critica riguarda il rapporto di potere sull’organico: la BioArte, secondo alcuni, rischia di replicare una visione utilitaristica della vita, ridotta a materiale plasmabile. Si teme che, dietro l’apparente sperimentazione creativa, si nasconda una forma di dominio sul vivente che riflette e amplifica le logiche della biotecnologia contemporanea.

ArchaeaBot, Anna Dumitriu e Alex May. Installazione che unisce microbiologia, robotica e arte tessile per esplorare il ruolo di microrganismi nell’ecosistema e interrogarsi su cosa possa significare “vita” in un futuro post‑cambiamento climatico.

ArchaeaBot, Anna Dumitriu e Alex May. Installazione che unisce microbiologia, robotica e arte tessile per esplorare il ruolo di microrganismi nell’ecosistema e interrogarsi su cosa possa significare “vita” in un futuro post‑cambiamento climatico.

  • Anna Dumitriu

C’è poi una dimensione più culturale e filosofica. La BioArte destabilizza categorie consolidate – naturale e artificiale, umano e non umano – generando un senso di inquietudine. Alcuni critici parlano di un’estetica del “perturbante”, proprio perché queste opere mostrano ciò che normalmente resta invisibile o confinato alla ricerca scientifica: processi vitali, ibridazioni, trasformazioni che sfuggono al controllo totale.

Insomma, dove passa il confine tra un’arte eticamente responsabile e un’arte puramente scandalosa? Se il perturbante può essere uno strumento potente di riflessione, non è detto che lo sia altrettanto quando esce dalla dimensione simbolica e interviene direttamente sul vivente. La linea è sottilissima: confrontarsi con Frankenstein può risultare affascinante, ma anche rischioso. Perché ciò che nella finzione resta metafora, nella realtà può diventare minaccia.

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Le (nuove) frontiere dell’arte

Voci dipinte 09.03.2025, 10:35

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  • Emanuela Burgazzoli

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