13 febbraio 2007: da Bruxelles parte una lettera dalle conseguenze inimmaginabili per la Svizzera. E’ l’inizio della pressione internazionale (dell’Unione Europea e, in seguito, anche dell’OCSE) all’origine di una delle riforme più importanti per il nostro Paese. Una modifica sistemica forse meno conosciuta di quella riguardante il segreto bancario a livello internazionale, ma dalle conseguenze comunque rivoluzionarie. E’ la riforma III dell’imposizione delle imprese, arrivata in Parlamento.
Il messaggio delle istituzioni internazionali è semplice: alla Svizzera si chiede di abolire la fiscalità agevolata di alcuni cantoni nei confronti di aziende estere che in Svizzera esercitano unicamente un’attività amministrativa o un’attività commerciale rivolta solo marginalmente in Svizzera. La posta in gioco è alta, in particolare l’attrattività di una piazza economica, la nostra, che necessita del consenso internazionale. Molto più complicata la messa in pratica di questa riforma, che negli intenti del Consiglio federale dovrebbe comunque garantire la competitività fiscale della Svizzera e la reddittività finanziaria per Confederazione, Cantoni e Comuni.
A metterci una prima pezza sarà la Confederazione stessa (costo un miliardo e 300 milioni di franchi) che vuole così compensare parzialmente le minori entrate dei cantoni. Insomma più soldi ai Cantoni, i quali avrebbero inoltre la possibilità di abbassare il tasso d’imposizione degli utili delle imprese. Fra le altre misure previste: l’introduzione di un sistema di tassazione agevolato conforme agli standard internazionali per le società che si occupano di ricerca e sviluppo.
A far maggiormente discutere è la prevista riduzione dei carichi fiscali cantonali, posti in concorrenza fra loro per accogliere determinate società. Qui si incontrano preoccupazioni e critiche, in particolare da parte delle Città, dei comuni in generale e, politicamente, della sinistra. L’Unione delle città svizzere vorrebbe che le compensazioni di Berna finiscano anche nelle casse comunali mentre dagli ambienti sindacali si chiede un limite minimo oltre al quale non scendere con le aliquote cantonali. L’equilibrio si gioca però anche su altri elementi, come l’imposizione dei dividendi. Il ricorso alle urne, come sottolineato al Consiglio degli Stati, è dietro l’angolo, col rischio di vedere bocciata l’intera riforma.
Le ambizioni del Consiglio federale sono realistiche? Quanto rischiano di perderci, concretamente, le amministrazioni comunali e quindi i cittadini? Modem ne parla con: Angelo Geninazzi (responsabile Economiesuisse per la Svizzera italiana), Costante Ghielmetti (vicedirettore della Divisione ticinese delle contribuzioni), Denise Pagani Zambelli (collaboratrice SUPSI, esperta di diritto fiscale) e con Raoul Ghisletta (sindacato VPOD, membro della commissione tributaria del Gran Consiglio ticinese e consigliere comunale a Lugano).
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