La guerra per liberare la città è stata sanguinosa e lunga sette mesi. Sirte, oggi, è una città spettrale, una massa silenziosa di macerie. Dopo la rotonda di Zafran, dove fino a pochi mesi fa i miliziani dell’IS impiccavano e crocifiggevano le persone che consideravano infedeli, le strade portano i segni di una guerra feroce. Case, moschee, banche, ospedali sono distrutti. Non c’è un solo edificio che non porti i segni della guerra. Sulla parete di tutti i negozi c’è ancora il timbro dell’IS per la riscossione delle tasse. Lungo la strada che porta all’imponente centro congressi di Ouagadougou, voluto da Gheddafi quale simbolo del suo potere, campeggiano ancora due cartelloni dello Stato Islamico. Il primo invita i giovani alla preghiera, il secondo mostra un kalashnikov e un testo che recita: se tradisci noi, tradisci la tua famiglia.
La conta dei morti e dei feriti è drammatica: 700 morti e 3500 feriti nella fila dell’esercito libico. Sarebbero invece 2500 i miliziani dell'IS uccisi. Impossibile verificare quanti siano i civili morti, dopo più di 500 bombardamenti americani. La città ormai è deserta. I 120 mila cittadini che la abitavano sono stati costretti a fuggire nelle città limitrofe.
La sola Misurata ne ospita 10 mila. Roudha è una di loro, una delle migliaia di persone fuggite dallo Stato Islamico che oggi devono affrontare la difficoltà della sopravvivenza in un paese, la Libia, che è al collasso economico e dove non ci sono contanti né per pagare gli stipendi né per aiutare i bisognosi.
Francesca Mannocchi





