Il 25 aprile 2015, alle 11:56 (ora locale) il Nepal veniva colpito da un terribile sisma di magnitudo 7.8 che mise in ginocchio il paese: 9'000 morti, 22'000 feriti e 824'000 case distrutte tra la capitale Katmandu e le vallate settentrionali. Una vera tragedia per l’ex regno himalayano, che doveva ancora riprendersi dalla guerra civile con i maoisti.
Oltre al dramma umano, è pure andato distrutto gran parte del patrimonio architettonico, come la storica e centrale piazza medioevale della capitale. Malgrado la mobilitazione e la solidarietà internazionali, a due anni di distanza la ricostruzione procede però con molti problemi.
Stando ai dati ufficiali del governo soltanto il 5% delle abitazioni è stato per ora ricostruito e solo una piccola parte dell’assistenza internazionale è effettivamente arrivata ai terremotati. E per i molti senzatetto che hanno passato ormai il secondo inverno in case provvisorie e di fortuna la catastrofe continua, così come continuano le scosse di assestamento, l’ultima proprio ieri (lunedì).
Le macerie sono ancora troppe
Secondo
Sophie Balbo, portavoce della Catena della solidarietà, l’aiuto d’emergenza nei primi mesi ha funzionato bene (acqua, cibo, coperte), ma le grane sono sorte in seguito: “A causa di problemi politici e burocratici la ricostruzione è stata molto più lenta”. Questo lasso di tempo l’associazione lo ha sfruttato per trasmettere a molti nepalesi le conoscenze necessarie a ricostruire case più sicure. “Ora la situazione politica è migliorata, la ricostruzione è ripresa e solo noi abbiamo rimesso in piedi 300 abitazioni, con l’obbiettivo di arrivare a 2'000 entro il 2019” ha spiegato Balbo ai microfoni del Radiogiornale.
La tragedia nella tragedia: migliaia di nuovi disabili
Dal paese himalayano giunge poi un altro grido di sofferenza, quello delle persone rese andicappate a vita dal sisma. Non esistono cifre ufficiali, ma certi studi le stimano intorno alle 3'000. Una percentuale significativa di questi andicap avrebbe potuto essere evitato se i pazienti avessero ricevuto cure adeguate, secondo un rapporto delle Nazioni Unite dell’anno scorso.
Il paese era ed è infatti fortemente sottodotato dal punto di vista sanitario: si contano 7 addetti ogni 10'000 persone, un quinto della quota raccomandata dall’OMS. Nelle zone colpite a mancare sono anche le strutture idonee alle operazioni e alle riabilitazioni.
RG/dielle/ATS
Notizia riferita al Radiogiornale del 25.04.2017 alle 12.30
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