Entro sabato sapremo tutto. Avremo il vincitore del Festival di Sanremo. Conosceremo anche la composizione del nuovo Governo italiano, che si annuncia un mix di “big” e nuove proposte. Certo quelli che dovranno mettere in pratica l’agenda Renzi non avranno compito facile. L’ex sindaco di Firenze, fornendo una prima prova tangibile della sua “spropositata ambizione”, ha fatto sapere quello che intende fare nei primi 4 mesi.
Febbraio: riforma del sistema elettorale e abolizione del Senato. Marzo: riforma del lavoro. Aprile: tocca alla pubblica amministrazione. Maggio: rivoluzione fiscale. Detta altrimenti: Renzi promette di fare nei prossimi 120 giorni quello che non è riuscito negli ultimi 30 anni. Sia chiaro, tutte riforme sacrosante. Che la legge elettorale così non va lo ha stabilito la Corte Costituzionale in dicembre. Che il mercato del lavoro italiano, con i suoi 20 e più contratti, sia una giungla che alimenta precariato e disoccupazione giovanile, è pure assodato. Della mostruosa macchina burocratica italiana sappiamo. Per non parlare del fisco. L’Italia ha una pressione fiscale al 44%, livelli quasi svedesi, senza prestazioni e welfare alla svedese. Dare respiro ai redditi medio/bassi e ridurre il costo del lavoro (come vorrebbe fare Renzi) aiuterebbero il rilancio di consumi e imprese. Insomma: il Vangelo secondo Matteo è cosa buona e giusta.
La domanda vera, e tutta politica, però è un'altra: Perché dovrebbe riuscire a lui quello che non è riuscito agli altri? Perché Renzi dovrebbe sfuggire alla maledizione toccata ai suoi predecessori (da Prodi a Veltroni, da Bersani a Letta), annegati uno dopo l’altro nella palude romana, spesso sotto lo sguardo compiacente dei compagni di partito? Non basteranno certo gli endorsement che stanno fioccando da ogni parte (dal padre del “new labour” Tony Blair al settimanale cattolico “Famiglia Cristiana”) ad aiutare Renzi. Perché nel momento del bisogno serviranno voti in parlamento, in un parlamento che non sarà cambiato di una virgola. Dunque: Perché?
Se dovessimo giudicare le speranze di successo di Matteo Renzi sulla base di criteri politici tradizionali la conclusione sarebbe impietosa: maggioranza fragile e litigiosa, un partito (il Pd) traumatizzato, i partner sociali da mettere d’accordo. Conclusione: “zeru possibilità”. Ma la scommessa di Renzi, la vera carica innovativa, più che di programma è di paradigma: l’urgenza come risposta, l’iperattivismo assurto a metodo. E l’alleanza decisiva non dentro il partito né dentro Palazzo, ma fuori, in quel Paese reale che non ha più né voglia né tempo di aspettare. Spropositatamente ambizioso. Ma non impossibile.
Giuseppe Bucci




