E’ ricordato come uno dei capitoli più sanguinosi del 20esimo secolo: 800'000 persone morirono (un milione secondo fonti governative) in Ruanda in poco più di 100 giorni a partire da quel 7 aprile 1994, quando la guerra civile esplose. Vennero massacrati soprattutto tutsi, ma molte furono le vittime anche fra gli hutu che cercarono di impedire le stragi indiscriminate di civili. Il conflitto provocò due milioni di profughi e migliaia di persone mutilate.
Gli scontri più violenti iniziarono dopo l’abbattimento a Kigali, 20 anni fa, dell’aereo che trasportava il presidente del paese, Juvenal Habyarimana, e quello del Burundi, Cyprien Ntaryamira, che stavano ritornando da un vertice in Tanzania.
Il genocidio viene ora ricordato a due decenni di distanza, in un clima di polemiche. La Francia ha affermato che non parteciperà alle commemorazioni, dopo che il presidente ruandese Paul Kagame ha accusato Parigi di “essere responsabile al massacro”. Nessun rappresentante dell’Eliseo sarà quindi presente a Kigali. Le distanze fra i due paesi rimangono così ancora incolmabili, nonostante i passi fatti avanti negli ultimi anni. Uno strappo, a livello internazionale, lungo 20 anni.
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Ats/AlesS
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