Suoniamo il campanello. Ad aprirci arriva Marlon, un armadio a due ante sotto una polo bianca, spalle da rugbista e stretta di mano che stritola. È un detenuto in regime di semi-libertà. Qui non ci sono guardie né poliziotti. Eppure stiamo entrando in un carcere. La prima porta d’ingresso e quella metallica che conduce all’interno non possono restare aperte contemporaneamente. Una si chiude, l’altra si apre. Dentro, un campo da basket curatissimo, corridoi con pareti turchesi, fiori e una pulizia impeccabile. Itaúna dista un’ottantina di chilometri da Belo Horizonte. Qui nello stato del Minais Gerais ha attecchito come in nessun altro luogo del Brasile l’idea di Mario Ottoboni, un signore che mezzo secolo fa invento l’APAC, l’Associazione per la protezione e l’assistenza dei condannati. “Abitano” in 170 dentro questo edificio dalle pareti alte ma senza filo spinato, su un terreno donato 40 anni fa dalla città in una zona di periferia “tra il cimitero e la discarica”, spiega Denio Marx, il coordinatore dell'APAC. I detenuti erano un’umanità da pattumiera, appunto. Ma qui dentro accade qualcosa di diverso. “Chiunque può essere recuperato”, recita uno dei motti del fondatore. E infatti i detenuti, qui dentro, si chiamano “recuperandi”. Dignità, rispetto, disciplina, lavoro, fiducia. Ma anche condanne da scontare, certo. Come i 6 anni di Kenderson Enrique, che dentro una cella da 4 letti racconta della rapina a un ufficio postale. Sparò contro la polizia ferendo un agente. “Adesso ho chiuso con la violenza”, dice convinto. È ancora nel reparto “fechado”, dove si vive chiusi sotto chiave come in un carcere normale. Ma questo – in un paese tra i più violenti al mondo con circa 153 omicidi al giorno – non è un carcere comune. È un modello alternativo che sta facendo scuola nel mondo. L’ultima evasione, si legge su un pannello, è avvenuta 3647 giorni fa, dieci anni. A pranzo, Rairon sorteggia i numeri dei tavoli per l’ordine d’accesso al cibo. Diego Martins, invece, lavora in cucina. Quando uscirai?, chiediamo al mattino all’inizio della nostra visita. “Spero presto, questione di giorni o forse di ore”. Non si sbaglia. Nel primo pomeriggio arriva la firma del giudice. Scoppia la festa nel corridoio dei “recuperandi” in semi-libertà. Diego Martins fa le valigie, tra abbracci e lacrime dei compagni di cella. Francisco invece deve scontare ancora un sacco di anni della sua condanna per omicidio. “Sarà lunga ma qui dentro posso cambiare vita”.
Emiliano Bos (Cafè do Brasil del 30/06/2014, La2)
IL CARCERE DI ITAÚNA
RSI New Articles 01.07.2014, 16:05




